La chat di WhatsApp diventa piena prova in giudizio!

Il Tribunale di Ravenna, con la sentenza numero 231/2017, ha condannato una donna a restituire all’ex amante i soldi che questi le aveva prestato per comprare un’auto proprio basandosi sul contenuto delle conversazioni intrattenute tramite chat e depositate agli atti.
Nei messaggini, infatti, la donna si era impegnata a restituire le somme all’uomo con il quale all’epoca intratteneva una relazione clandestina, versando delle rate mensili di 200 euro e offrendo servizi di pulizia domestica.
Tale circostanza, per i giudici, è sufficiente a escludere inequivocabilmente che le somme per l’acquisto del veicolo siano state corrisposte come atto di liberalità. Oltretutto, posto che i due erano stati solo amanti per un determinato periodo e che l’uomo ha una compagna e probabilmente anche la donna ha un partner, per i giudici non si comprende a quali regole del costume sociale corrispondessero le elargizioni.

La circostanza che gli sms possano costituire un’utile fonte di prova in giudizio è un principio che è ormai consolidato nelle aule di giustizia, suffragato anche dall’avallo dato da alcune sentenze della Cassazione.
Tra le più recenti, si pensi ad esempio alla pronuncia numero 5510 del 6 marzo 2017, con la quale i giudici hanno ritenuto i messaggini dell’amante del marito come una prova del tradimento commesso da quest’ultimo, idonea a giustificare l’addebito della separazione a carico del coniuge fedifrago.

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