Quando la camorra è moda

I codici della Camorra
La mentalità camorristica prevede codici comunicativi che si sposano perfettamente con l’aspetto della visibilità; nel corso dei decenni le pratiche comunicative hanno subito una evoluzione che ha portato al loro miglioramento, alla cura minuziosa dei particolari, ma anche alla fusione tra vecchio e nuovo. Ne sono esempio i muri delle strade che diventano gli spettatori onniscienti di tutte le scene di vita. E se potessero parlare quante cose racconterebbero e quante verità nascoste verrebbero a galla. Ma i muri qualcosa la raccontano, solo che a volte si fa fatica a capirli; i muri parlano di ideologie politiche, di modi di pensare, di fatti importanti o meno e lo fanno attraverso le scritte lasciate da qualche bomboletta di vernice spray.
Abbagliati dal sole, bagnati dalla pioggia, sono loro i libri su cui si leggono le più importanti informazioni riguardanti gli abitanti della città, sono loro i diari del popolo. I graffiti sono dunque quelle scritte oscene che sotto forma di codice indicano informazioni importanti scambiate tra membri dello stesso clan o di clan diversi, come nel caso di luoghi per lo scarico abusivo di rifiuti tossici (soprattutto nel casertano) o ancora per lo “smerciamento” di droghe; ne è esempio la scritta “Dio c’è” che da moltissimi anni ritroviamo sui cavalcavia o sui muri desolati delle periferie metropolitane, la quale destava l’attenzione di grandi e piccini; quale era il significato insito in quella strana frase? Secondo una leggenda in voga negli anni ’80 quella dicitura indicava i punti caldi dello spaccio, secondo alcuni enigmisti invece Dio c’è rappresentava l’acronimo: “Droga In Offerta Costi Economici”.

 

Passeggiando per le strade di bellissime città meridionali si trovano, sulle facciate dei palazzi, nei vicoli, vicino agli stadi, scritte come “La camorra non perdona”, “Io odio i carabinieri”. Scritte inquietanti che racchiudono tutto l’universo simbolico e culturale delle nuove generazioni che considerano le organizzazioni malavitose come l’ancora di salvezza soprattutto nei casi in cui le condizioni familiari sono maggiormente disagiate. Si tratta di ragazzi che sognano vite da star del cinema ed è per questo che si attribuiscono nomi cinematografici tipo “Scarface”, “Il Camorrista” o “Il Padrino”, proprio come è tipica consuetudine tra i boss dei clan. I giovani affiliati sognano di vivere in lussuose ville, di bere champagne a tutte le ore del giorno, di guidare macchine meravigliose, di indossare abiti griffati, di fare dunque tutto ciò che fa il capo clan della propria zona. In passato il camorrista si vestiva, soprattutto nei giorni di festa, in un certo modo; portava oggetti d’oro, indossava un cappello particolare e una pettinatura speciale.

Questo continuo manifestare vistosamente attraverso oggetti e modi di atteggiarsi il proprio benessere costituisce ancora oggi un tratto tipico del camorrista. La cura minuziosa del dettaglio come un semplice calzino può ampliarsi fino alle abitazioni. Molti studiosi ed inquirenti hanno trovato negli armadi di boss come Jhon Gotti, capo di cosa Nostra in America e Dapper Don, boss di New York, un vestiario lussuoso, cappotti di Yves Saint-laurent e borse Gucci. Per quanto riguarda le abitazioni, che rappresentano il segno del successo per eccellenza, è da considerare quella dell’imprenditore edile e boss della camorra casalese Pasquale Zagaria, arredata con mobili di design e sofisticati impianti hi-fi. Il sociologo Pino Arlacchi, nella sua analisi sulla cultura e lo stile di vita del mafioso imprenditore scrive: “Il consumo vistoso diventa più necessario dell’agiatezza come strumento ordinario di onorabilità. I mezzi di comunicazione e la mobilità orizzontale della società affluente espongono adesso il mafioso all’esame di molte persone che non dispongono di altro mezzo per giudicare della sua rispettabilità che lo sfoggio di beni. […] Se non vuole apparire ridicolo, deve coltivare i propri gusti, affinare la sua educazione, dare prova di sapersi muovere tra diversi ambienti”.

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