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“Non sono razzista, ma…”, è indubbiamente la frase più razzista che possa esistere, perché vuole far seguire un ragionamento logico che vada a giustificare un comportamento discriminatorio.

Il fenomeno del razzismo, anche se ha visto fasi alterne, è stato sempre presente nella storia dell’umanità; anche se spesso viene proposto con una base ideologica altro non è che un fenomeno che fonda su determinati meccanismi cognitivi.

Siamo costantemente bombardati da informazioni, se pur il cervello è un organo complesso ha dei limiti e per tanto dobbiamo discriminare e categorizzare le informazioni che ci provengono dall’esterno.

Quindi per facilitarci il compito, il cervello ha creato un meccanismo di economia cognitiva: per non dover processare ogni singolo stimolo in entrata, il nostro cervello lavora per ottenere il maggior numero di informazioni con il minimo sforzo, attraverso la categorizzazione e il razzismo ne è un esempio.

Il razzismo però si basa anche su un nostro innato bisogno: quello di appartenere a un gruppo con cui condividiamo caratteristiche comuni (ingroup) e che si differenzia da altri gruppi con caratteristiche diverse (outgroup); di solito il gruppo a cui apparteniamo viene vissuto come migliore dal gruppo a cui ci contrapponiamo. Si tratta dell’equivalente umano del meccanismo di categorizzazione applicato a sistemi gruppali più complessi.

Ma il razzismo si nutre anche di due altri elementi fondamentali, lo stereotipo e il pregiudizio.

Lo stereotipo è quel “prototipo” che ci creiamo mentalmente per descrivere un’intera categoria di persone. Se pensate a uno psicologo lo immaginate seduto di fianco a un lettino con barba e un taccuino in mano, questo è uno stereotipo.

Il pregiudizio è strettamente legato allo stereotipo, perché è proprio il giudizio che deriva da conoscenze parziali che pensiamo di avere rispetto a quella persona o a quel gruppo di persone emesso prima di fare esperienza di qualcosa e quello stesso giudizio a priori guida il mio giudizio a posteriori.

Il cervello per poter funzionare al meglio non può creare troppe categorie di realtà, ma anche crearne troppo poche compromette le sue funzioni. Nel caso del razzismo, abbiamo solo due categorie (noi italiani e loro stranieri) per descrivere più di 60 milioni di persone che risulta cognitivamente poco efficiente, perché si crea una enorme e irrimediabile perdita di informazioni.

Conoscere i meccanismi di base del razzismo può aiutarci a non rimanere intrappolati in categorie troppo sterili basate esclusivamente su stereotipi e pregiudizi e spingerci a coltivare una visione complessa cercando di andare più nel profondo delle cose e ad avvicinarci, in maniera empatica, all’altro. Perché se rimaniamo in superficie e cerchiamo di tenere l’altro separato da noi escludendolo, senza riconoscergli una dignità umana al di là delle categorizzazioni ci costruiremo una trappola in saremo chiusi in quello che riteniamo il nostro gruppo di appartenenza, dimenticandoci che saremo sempre “l’altro diverso” per qualcuno.

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