1. Ha vinto Genny: ha vinto la verità. Ha vinto la giustizia

Diciassette, come il numero che a Napoli porta male, 17 come il numero dei cavalieri templari; 17 come gli anni di Genny quando fu ucciso.
Diciassette anni e i capelli biondi, luminosi, color oro… spenti in una sera di fine estate, dal fumo della morte, al rione Sanità.
Era il 6 settembre 2015 e per due lunghi anni, sono state raccontate storie, invenzioni e funzioni, su genny, la sua famiglia e la dinamica di quella rossa notte.
“Genny era il vero obiettivo dei killer”.
Per due anni si è scavato nelle sue abitudini, nel suo profilo Facebook, tra le sue amicizie, nella sua vita; violentandola e analizzandola fino al midollo, per arrivare oggi alla verità.
Genny non aveva cercato la morte quella sera, Genny non aveva alcuna colpa, Genny non faceva male a nessuno, Genny aveva come unica colpa quella di essere nato e cresciuto alla Sanità, di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
I nomi e i volti dei suoi aguzzini, passano veloci davanti agli schermi;
Antonio Buono, Ciro Perfetto, Mariano Torre e Luigi Cutarelli, tutti appartenenti al clan Lo Russo.
Padri, fratelli, cugini, figli… degli stessi volti e cuori, con cui Genny era cresciuto, con cui Genny forse immaginava un mondo migliore.
Genny è morto perché i suoi riflessi non sono stati pronti, Genny è morto perché il rumore degli spari hanno raggiunto prima il suo cuore e poi le sue orecchie; non riuscendo a ripararsi da una stesa ordinata dal boss Carlo Lo Russo.
“Giustizia è fatta” ha commentato in lacrime il padre di Genny.
Eh no. Non é stata fatta giustizia, non sarà fatta giustizia, fin quando Napoli sarà ancora macchiata del sangue dei “morti per sbaglio” come Genny, come Annalisa Durante, Lino Romano, Antonio Landieri.
La giustizia è bianca; le strade sono ancora troppo rosse.

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