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Negli anni ’90 andava di moda lo squillo. Non importava avesse o non avesse significato, ci si faceva squilli. Era l’elemento a metà fra il messaggio e la chiamata. Possedeva un senso inspiegabile, quasi assurdo. Era nato perché ¾ dei ragazzi che possedevano un cellulare rasentava lo 0 nel credito. Un messaggio costava, uno squillo era gratis. Principalmente voleva dire “ti sto pensando”, non di certo stava per “richiamami”. La chiamata persa non esisteva. Se esisteva era quella di mamma o papà. La generazione ruggente dei primi cellularisti d’un certo livello, quelli che iniziavano ad abusare del telefono mobile, aveva inventato questo linguaggio assurdo per comunicare. Ci si faceva squilli; all’infinito. Ti penso, ti penso anche io. Ti penso ancora, anche io ti penso ancora. E così via, per tutto il giorno. Per tutti i giorni.

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