Nella maggioranza dell’opinione pubblica, alla notizia di un stupro, si reagisce inorridendo e si condanna il crimine fortemente ma spesso capita che c’è qualcuno che pone dei dubbi: “ma erano vestite in maniera troppo succinta” oppure “erano consenzienti ma erano ubriache e ora non ricordano”.
Il porre dubbio nella possibile complicità della vittima nell’essersi posta in quella situazione e se non addirittura averla elicitata, in psicologia trova una sua concettualizzazione.
E’ il cosiddetto effetto di “colpevolizzazione della vittima”.
Il concetto di colpevolizzazione della vittima è stato coniato da William Ryan con la pubblicazione, nel 1976, del suo libro intitolato appunto Blaming the victim. La pubblicazione è una critica al saggio di Daniel Patrick Moynihan The Negro Family: The Case for National Action del 1965, in cui l’autore descriveva le sue teorie sulla formazione dei ghetti e la povertà intergenerazionale. Ryan muove una critica a queste teorie in quanto le considera tentativi di attribuire la responsabilità della povertà al comportamento e ai modelli culturali dei poveri stessi. Il concetto è stato ripreso in ambito legale, in particolare in difesa delle vittime di stupro accusate a loro volta di aver causato o favorito il crimine subito.
Spesso è proprio a questo che assistiamo quando si commenta uno stupro, l’opinione pubblica cerca sempre in qualche modo di indagare o sospettare se le donne vittima abbiano in qualche modo potuto facilitare l’aggressione.
Ma non sempre è così, infatti, quando ci troviamo di fronte a una violenza causata da extracomunitari, l’atteggiamento è opposto. In quel caso l’effetto di colpevolizzare la vittima, sembra non innescarsi, almeno apparentemente, anzi vi è sempre presente una profonda compassione ed empatia verso le vittime, ma come mai?
Qualcuno può dire che gli stupri sono sempre differenti, ed effettivamente lo sono non solo, alcuni differiscono per la dinamica o per la tipologia di persone coinvolte, ma la differenza è spesso anche presente su come reagisce l’opinione pubblica di fronte a a due stupri: uno che coinvolge un extracomunitario rispetto a uno stupro che coinvolge una tipologia diversa di persona che è più vicina alla nostra società.
Per capire le differenze nella reazione dobbiamo nuovamente fare ricorso al concetto di “colpevolizzare la vittima”.
Il voler trovare una motivazione che giustifichi atti cosi barbari, si incontra su un nostro bisogno: quello di credere in un mondo giusto. Alcuni hanno proposto che il fenomeno della colpevolizzazione della vittima coinvolga l’ipotesi del mondo giusto, in cui la gente tende a considerare il mondo come un posto giusto e non può accettare una situazione in cui una persona soffre senza un valido motivo. Quindi il ragionamento che viene fatto è il seguente: le persone che sono vittime di sventure, devono aver fatto qualcosa per averle attirate su di sé.
Chi sostiene questa visione non riesce ad abbandonare questo atteggiamento consolidato perché credere invece in un mondo dove “cose cattive” come povertà, stupro, fame e violenza possano accadere anche a “brave persone” e senza un “buon motivo”; li destabilizzerebbe e farebbe crescere la dissonanza cognitiva che diverrebbe insostenibile e per placare questo conflitto che si produce tra rappresentazioni cognitive differenti e incoerenti tra loro, si deve far ricorso alle cosiddette tecniche di neutralizzazione che vengono messe in campo per attenuare, o addirittura risolvere, il conflitto e che puntano all’esclusione, o almeno all’attenuazione, della responsabilità individuale nell’operato illecito, attraverso una ridefinizione del senso dell’azione posta in essere.
Con uno stupro che vede come carnefici pesoane straniete la dissonanza cognitiva che si genera viene subito risolta preservando l’idea del mondo giusto. Infatti il fatto che lo stupro è stato commesso da persone extracomunitarie, quindi non appartenenti alla nostra società e in qualche modo sono lontani da noi, fa si che diventa molto più facile scaricare su di loro tutta la colpa, preservando le vittime dalla colpevolizzazione.
Nel caso di uno stupro attuato da persone che appartengono a determinate categorie come possono essere professionisti o, addirittura, forze dell’ordine genera una maggiore dissonanza cognitiva che mina anche la visione del mondo giusto.
In questo caso, la neutralizzazione si attua attraverso la colpevolizzazione della vittima: l’onere della colpa è scaricato sulle vittime, accusate di aver messo in atto comportamenti provocatori e quindi, indirettamente, criminogeni: la donna stuprata, ad esempio, è spesso indicata quale vera colpevole della devianza dello stupratore, il quale sarebbe stato indotto all’approccio sessuale dalla condotta ammiccante della vittima, dal suo particolare abbigliamento, o da eventuali atteggiamenti. sensuali o provocanti. Come succede nei casi di violenza sessuale, si tratta, molto spesso, di una percezione distorta dei comportamenti della vittima, a cui l’attore attribuisce intenzioni e responsabilità in realtà inesistenti.

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