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Gennaio 23, 2026
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… verso la costruzione sociale della categoria

A partire dagli anni cinquanta e sessanta la gioventù cessa di essere considerata una categoria biologica e anagrafica per divenire costruzione sociale strettamente legata agli assetti istituzionali e culturali di ogni società locale.
Tuttavia la situazione terminologica non è affatto consolidata. Vi è incertezza, in particolare, sui significati dei termini “adolescenza”’ e “gioventù” e sui confini tra le realtà corrispondenti. Alcuni autori usano i due termini come sinonimi, mentre per altri essi designano approcci disciplinari diversi, nel senso che gli psicologi dell’età evolutiva tendono a parlare di adolescenza, mentre il termine gioventù (youth, Jugend, jeunesse) è usato prevalentemente dai sociologi. Altri ancora usano i due termini per distinguere fasi diverse, nel senso che la fase adolescenziale precederebbe quella giovanile del ciclo di vita.

La gioventù non è più definibile come momento di transizione all’età adulta, ma si mostra come fase capace di produrre un soggetto sociale che mette in scena comportamenti e stili di vita autonomi e chiaramente riconoscibili; la condizione giovanile è destinata a trasformarsi radicalmente con la società che emerge dalla rivoluzione industriale. Nelle campagne, con il diffondersi dell’industria domestica aumentano le opportunità per i giovani di rendersi economicamente indipendenti dalla famiglia e formare finalmente un proprio nucleo familiare; nelle società industriali avanzate i confini tra le varie età del ciclo di vita appaiono assai più sfumati e incerti che non nelle società che le hanno precedute. Non vi sono più veri e propri riti di passaggio capaci di segnalare simbolicamente l’ingresso nell’età adulta.

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Ma dunque chi sono i giovani? Si è già detto che definire specifici segmenti sociali con un’etichetta esaustiva è un’impresa ardua soprattutto in relazione ai cambiamenti di contesto con cui le diverse generazioni devono fare i conti, interagire e confrontarsi. Nel 1994 Cavalli, sottolineava come varie discipline utilizzassero diversi criteri per delineare i giovani, tra cui la maturità biosomatica o quella biopsichica; aspetti difficilmente tracciabili in quanto non adattabili a tutti i contesti ai quali ci si riferiva.
Alla fine degli anni Ottanta le principali ricerche includevano un campione compreso nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni, negli anni Novanta cresce la fascia d’età fino a ricomprendere i giovani entro i 29 anni, per arrivare al terzo millennio con un ulteriore ampliamento della stessa fino ai 34 anni. Le organizzazioni internazionali, invece, come l’Onu, considerano giovani tutti quei soggetti che hanno un’età compresa tra i 15 e i 24 anni e “giovani adulti” coloro che rientrano nella fascia d’età tra i 20 e i 24 anni.
L’Ang (Agenzia Nazionale Giovani) italiana ispirandosi alle ultime discussioni europee nella descrizione delle aree d’intervento all’interno delle Linee Guida alla progettazione, qualifica come giovani le persone di età compresa tra i 13 ed i 30 anni.
Tuttavia la giovinezza è sempre meno una fase preparatoria all’assunzione di compiti adulti e all’acquisizione delle competenze necessarie per occupare un ruolo sociale definitivo, bensì diventa una condizione “di attesa di un esito imprevedibile” (Cavalli, A., La gioventù: condizione o processo? in Rassegna Italiana di Sociologia, 3, 1980, pp. 519-42).
I giovani sono attori impegnati in una fase specifica della biografia, in cui coesistono aspetti tipici dell’adolescenza e altri della vita adulta, sono dunque bloccati in una situazione di frontiera tra dipendenza e autonomia.
La mancanza di confini sembra essere particolarmente visibile nelle nuove generazioni, per le quali la fase giovanile sembra essersi prolungata sia dilatandosi verso il basso riguardando fasce tradizionalmente attribuite all’infanzia sia verso l’alto comprendendo gruppi di età tradizionalmente considerati adulti.