Aveva diciassette anni Rita Atria quando decise di collaborare con la giustizia. La sua è una storia intrinseca: figlia di Vito Atria e sorella di Nicola, entrambi mafiosi, fin dalla nascita la sua vita è stata circondata da personaggi della malavita e della criminalità organizzata siciliana, la cosidetta “Cosa Nostra”.
Sia il padre che il fratello furono uccisi, trucidati dalla loro stessa “cosa” . Lei a quel punto decise di cercare giustizia al posto della vendetta, decise di rinunciare ai suoi affetti più cari, anche a quello della madre, che la ripudió, dopo la sua decisione di raccontare tutto quello che sapeva sui traffici della sua famiglia, di collaborare con LA GIUSTIZIA, per la giustizia. Le sue testimonianze vennero raccolte da Paolo Borsellino, che divenne il suo punto fermo, il porto sicuro, il migliore dei padri. Purtroppo, però, arriva quella maledetta domenica del 19 Luglio 1992; quel magistrato buono, gentile e affettuoso, Paolo Borsellino venne brutalmente ucciso assieme a 5 uomini della sua scorta da un’autobomba contenente tritolo piazzata in Via d’Amelio, a Palermo dove vive sua madre al quale si recava settimanalmente a far visita.Una settimana dopo la strage di via D’Amelio, Rita si uccise. Si lanció dalla finestra di un appartamento di Roma in cui viveva di nascosto. Aveva diciassette anni e Borsellino era diventato per lei un padre ed ora si sentiva davvero orfana. La ragazza di Partanna, in seguito alla tragica morte del suo amato giudice, si suicidò ritenendo di essere più scomoda da morta che da viva. La scomparsa di Borsellino, l’unico a chiamarla affettuosamente “picciridda”, aveva significato per Rita, lo sgretolamento di qualsiasi possibilità di continuare nel suo faticoso percorso di denuncia, di “tradimento” verso quella gente di Partanna e quella politica, che l’aveva definita prima “pazza” poi “infame”. Il suo fu un viaggio”, un cammino verso la giustizia, quella giustizia troppo spesso, ancora oggi, mortificata e annullata da una società sempre più becera, che, forse, dovrebbe provare a fermarsi ad ascoltare, a pensare, a sognare. Ma Rita e come lei, tanti altri, hanno cercato di indicarci la retta via. Non bisogna mai smettere di ricercare la verità, la felicità; bisogna diffidare da quegli individui che ci indicano sempre la via più facile e breve da seguire perchè, quando intraprendiamo il tortuoso e tumultoso cammino della vita, si incontreranno molte più salite che discese e bisogna affrontarle e non ritirarsi mai, anche nei momenti di sconforto. Continuare a correre, a rialzarsi, sempre a testa alta. Il messaggio che ci ha lasciato e trasmesso Rita, ci indica che un mondo migliore esiste per davvero; non è un’illusione, un sogno irrealizzabile; i sogni si realizzano quando, TUTTI INSIEME, ci convinceremo che i principi sani della vita, quali; l’onestà, la giustizia, la libertà, la fratellanza, la solidarietà, la verità,ecc…sono le uniche fonti di vita di ogni singolo individuo. Sul suo diario Rita scriveva così : “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza (…) La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi”.

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