Anche curare il proprio cane è un motivo personale e di famiglia che consente di ottenere un permesso di lavoro retribuito.
È quanto accaduto ad una lavoratrice, pubblica dipendente, che non avendo alternative per stare vicino al proprio animale, ha chiesto al datore di lavoro il riconoscimento del permesso retribuito di due giorni di assenza.
Tale diritto, inizialmente negato, “grazie al supporto tecnico-giuridico” offerto dalla Lav, le è stato riconosciuto.

È la stessa Cassazione, del resto, a stabilire che «la non cura di un animale di proprietà integra, secondo la Cassazione, il reato di maltrattamento degli animali previsto dal codice penale». C’è poi il reato di abbandono di animale, come previsto sempre dal codice penale, spiega una nota della Lav, associazione animalista.

 «È evidente, quindi, che non poter prestare, far prestare da un medico veterinario cure o accertamenti indifferibili all’animale, come in questo caso, rappresentava chiaramente un grave motivo personale e di famiglia, visto che la signora vive da sola e non aveva alternative per il trasporto e la necessaria assistenza al cane».

Ora, con le dovute certificazioni medico-veterinarie, chi si troverà nella stessa situazione potrà citare questo importante precedente.
Si tratta, in sostanza, di “un altro significativo passo in avanti che prende atto di come gli animali non tenuti a fini di lucro o di produzione sono a tutti gli effetti componenti della famiglia” e più in generale “un altro passo avanti verso un’organica riforma del codice civile che speriamo il prossimo Governo e il prossimo Parlamento avranno il coraggio di fare, approvando la nostra proposta di legge ferma dal 2008”, come afferma il presidente della Lav. 

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