I Moti Carbonari del 1820: Abate Luigi Minichini

Nola ritorna agli onori della cronaca per merito della Carboneria e dei Moti del 1820 con Morelli, Silvati e Minichini.
Nel maggio del 1815 la Carboneria salutava con gioia il ritorno di Ferdinando IV di Borbone sul trono di Napoli, sperando nella costituzione da lui promessa con accordi segreti quando era in Sicilia durante l’occupazione francese di Napoli. Ma fu una vana speranza perché, tornato sul trono, non concesse costituzione alcuna, anzi si affrettò a toglierla ai Siciliani, fondando un governo assolutista dei più reazionari della penisola, specialmente poi, quando soprawenne, nel gennaio del 1816, la nomina del Principe di Canosa a ministro della Polizía. La Carboneria fu sconvolta da questa presa di posizione del Sovrano ed avvenne perciò all’interno di essa una crisi che minacciava la sua stessa esistenza. Ma all’atteggiamento rigoroso assunto dal Canosa nei riguardi dei Carbonari, soprattutto quando organizzò, in opposizione ad essi, la setta dei Calderari composta da uomini malvagi, essi finalmente reagirono e piano piano ripresero ad organizzare la setta. Furono organizzate nuove vendite dove corsero ad iscriversi i delusi, i benestanti, i possidenti, la borghesia dunque, quelli che erano continuamente minacciati di rappresaglie. Il Regno precipitò in aperta guerra civile per cui Ferdinando fu costretto a licenziare il Canosa il 16 giugno. Quando poi nell’agosto del 1817 l’esercito austriaco, di presidio nel regno, andò via da Napoli, non ci furono più ostacoli alla Carboneria di risalire la china ed organizzarsi per tentare di costringere il Re a concedere la costituzione.Tra i più attivi in questo periodo nell’organizzare la setta dei Carbonari a Nola e nell’Agro, troviamo un Nolano, l’abate Luigi Minichini. Egli era nato a Nola il 18 marzo del 1783 da Antonio, agiato proprietario, e da Angela Ambrosino. Ebbe cinque fratelli ed una sorella. Il padre lo avviò agli studi ecclesiastici nel Seminario di Nola dove nel 1804 fu promosso al suddiaconato. Immediatamente dopo abbandonò gli studi e si recò in Inghilterra, dove rimase due anni. Rientrato in patria, per necessità entrò nella Congregazione dei Padri missionari di San Nicola di Caserta. Ottenuta la messa fu inviato a San Giovanni in Galdo, in provincia di Campobasso, dove nel 1816 fu implicato in un losco processo ed arrestato. Rimase in carcere due mesi; poi fu liberato per l’intercessione di noti esponenti Carbonari.Con la comparsa del Minichini a Nola tra il 1818 e 19 si ripresero le attività dei Carbonari locali; entrò subito in corrispondenza con i militari del Reggimento Borbone Cavalleria di stanza a Nola e più precisamente col tenente Michele Morelli e col sottotenente Giuseppe Silvati.


Dopo vari tentativi finalmente si decise di iniziare l’azione. Nella notte del 2 luglio del 1820 il Minichini si presentò davanti al vecchio quartiere (ex Reggia Orsini) con una ventina di Carbonari nolani. Con rumori e qualche colpo di pistola si avvertirono quelli che erano dentro, i quali si apprestarono a chiudere il tenente di guardia nella stanza del sergente Altomare; quindi i 127 uomini del Reggimento ed i settari nolani iniziarono la marcia verso Monteforte Irpino con a capo Luigi Minichini. Ebbe cosl inizio la grande avventura. Ma, man mano che si passava per i vari paesi che si stendevano tra Nola ed Avellino, non ci fu alcun segno di rivolta e di quelli, che avevano promesso di unirsi ai ribelli, pochi tennero fede. Morelli era disanimato, in molti prevaleva sfiducia e perplessità. Solo l’ardente abate, su un cavallo bianco, armato di schioppo non dava segno di avvilimento. Un contemporaneo così scriveva: «Vacillò allora per un momento la costanza di quei bravi. Minichini solo è imperturbabile e la fermezza di un prete fece opportunamente quella volta arrossire il valore militare.
A Monteforte fu decisa la causa della rivoluzione: incominciarono a rivelarsi i primi entusiasmi; i ribelli ricevettero incoraggiamenti ed aiuti. Due ufficiali dei militi, Francesco Campanile e Gaetano Ligniti, con la loro compagnia si misero a loro disposizione. Da Avellino il capitano Bartolomeo Paolella portò l’annunzio che tutti i liberali della città, i militari, i Carbonari e non, erano in armi.
Così scrive il De Attellis:« il Minichini dava l’esempio dello spartanismo. Non si esitò più; ogni timore fu sgombrato e tutti gli animi si determinarono alla conquista della Libertà nazionale, a traverso di qualunque ostacolo. In un baleno una coccarda a tre colori ornò tutti i cappelli.
Intanto il governo diede incarico al generale Carrascosa di reprimere il movimento rivoluzionario; ma le diverse truppe al suo comando, parte defezionarono, molti si disciolsero. In tanta dissoluzione al Re non rimase che accogliere i voti del popolo, e con l’Editto del 6 luglio prometteva di concedere, entro otto giorni, la costituzione.


Intanto la Rivoluzione trionfava: i rivoltosi e le truppe, con il Morelli a capo, addensatisi a Capodichino, di lì per Foria, il Museo e Toledo giunsero davanti alla Reggia. Seguivano il tenente Morelli, il generale Guglielmo Pepe, il generale Antonio Napoletani (nolano) ed il Colonnello De Concilj, nonché I’àbate Minichini a cavallo e circa 7000 Carbonari.
I rivoltosi chiesero al Vicario, il Principe Francesco, di essere ricevuti,dal Re, che era a letto indisposto. Nell’appartamento privato del sovrano fu ammesso il generale Pepe, al quale il Re promise l’osservanza della costituzione.
L’inizio del periodo costituzionale avvenne di fatto il 7 luglio del 1820 e se durò solo otto mesi e mezzo, la colpa non fu soltanto del sovrano ma anche di coloro che non erano soddisfatti e continuavano a porre richieste. Le elezioni avvennero regolarmente ed il Colletta riporta che i «collegi elettorali furono affollati come in paesi di antica libertà. Il 1° ottobre del 1820 ebbe luogo la seduta inaugurale del Parlamento. Ma fu una vittoria effimera.
Infatti quando il Re fu convocato a Lubiana dalla Santa Alleanza, questi prima di partire promise di difendere la costituzione giurando ancora una volta sul Vangelo. Invece lo spergiuro gettò la maschera appena fuori del Regno ed invocò l’aiuto dell’Austria contro i rivoluzionari.
Un esercito austriaco discese la penisola e contro di esso fu mandato Guglielmo Pepe con un esercito di coscritti che fu subito sbaragliato ad Antrodoco in Abruzzo. Sulle rive del Garigliano un secondo esercito al comando del Carrascosa si rarefece per le diserzioni. Così fu facile all’Austria invadere il Regno ed al Re fedifrago riportare l’assolutismo più bieco al governo del paese.
Furono perseguitati senza pietà gli autori del movimento rivoluzionario e primi fra tutti i due ufficiali Morelli e Silvati i quali furono processati e condannati a morte mediante impiccagione che ebbe luogo in Piazza Porta Capuana a Napoli il 12 settembre del 1822. L’abate Minichini si sottrasse alla cattura con la fuga prima in Spagna, poi in Inghilterra e quindi negli Stati Uniti d’America dove morì nel 1861.
II tenente Morelli era di Monteleone Calabro (l’odierna Vibo Valentia), mentre il sottotenente Silvati era di Napoli.

 

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