Passeggiavo per il paese. Quella notte non avevo dormito, come se qualcuno mi avesse voluto avvertire che stava per accadere qualcosa. Scendevo per una stretta stradina, quando intravidi una folla accalcata accanto ad un portone metallico: furono i fiori sul marciapiede e la “pezzola” viola a farmi capire che era morto qualcuno. Quella veduta mi rese come impossessato: partii alla volta di quel portone. L’ombra si fece colore e apparvero ai miei occhi scale affollatissime, anziani che, tra un “era il mio migliore amico” ed “era una bellissima persona”, bagnavano il pavimento e le maniche delle giacche con sentite lacrime. Salivo quelle scale e ogni gradino si faceva sempre più “pesante”, come se lo strazio portato da quell’improvvisa morte, si caricasse su di me: più procedevo verso la stanza del defunto, più perdevo quella gioia di vivere caratteristica del mio essere, come se ci fossero dei “dissennatori potteriani” pronti a risucchiarla. Superato anche l’ultimo gradino, mi voltai sulla sinistra: l’oscurità dominava nel corridoio che apparve ai miei occhi. La stanza del defunto era alla fine del corridoio ma, sulla sinistra di questo disimpegno vi erano 2 ulteriori camere nelle quali, la famiglia si era divisa affinché non tutti occupassero la tetra camera.
Non sapevo se continuare: in fondo, non avevo alcun legame e se ero arrivato fin lì, era perché qualcosa mi diceva di procedere e di andare, come se qualcosa mi dovesse accadere.
La prima era la stanza del figlio maschio: un uomo di mezza’ età che cercava di nascondere le lacrime. Lo stesso non si poteva dire per le occhiaie presenti sul viso: forse erano più di due giorni che l’uomo, in sovrappensiero, non dormiva. Sedeva sullo sgabello di un pianoforte nero col viso abbassato, la figlia vicino a consolarlo e la moglie di fronte che, affranta, lo osservava. I brividi partirono dalle mie spalle per percorrere in meno di un nanosecondo tutto il mio corpo.
Nella seconda camera l’ambiente già era diverso: una donna bionda dal viso paonazzo rigato da lacrime, era seduta ad un tavolo rettangolare e fumava e raccontava di tutto ciò che la madre aveva fatto in vita, del bene che voleva ai figli e ai nipoti. Un ragazzo molto alto, dietro la sedia, forse il figlio, accarezzava la spalla della madre.
La scena mi convinse a continuare nonostante non sapessi cosa avrei trovato nell’ultima camera. Varcata la soglia della porta, subito mi pentii della scelta: sul letto al centro della camera era posta la defunta, una bellissima donna dagli occhi cerulei, al cui fianco erano sedute, su due sedie di legno, due donne. Entrambe versavano lacrime, la prima sul pavimento e la seconda sulle lenzuola. La mia attenzione cadde sulla seconda. Doveva essere la sorella maggiore, quella che, con la testa abbassata, le mani sul capo della madre defunta urlava,a tratti, delle parole, tutt’ora impresse nella mia mente:” Mamma! Mamma, quante volte ti avrei voluto dire ti voglio bene e non te l’ho detto, quante volte ti avrei voluto baciare o abbracciare, e invece, presa dalle piccole cose, non l’ho fatto. Mai. Posso farlo solo ora che è troppo tardi. Scusami. Mamma, ti voglio bene. Mamma, ti amo. Mamma, tu sei la mia vita, la bussola dei tuoi figli, ora come faremo?”

Avvertii delle mani calde sul mio viso, accarezzarmi. Aprii gli occhi. Ero nel mio letto. La sveglia suonava da venti minuti ma non l’avevo sentita. Al contrario, quella che avevo sentito era una donna che era riuscita a svegliarmi. Era mia madre. Di soppiatto, mentre ella apriva le finestre, mi alzai dal letto e le arrivai dietro. Le coprii gli occhi con le mie manone. Un sussulto al cuore. Le diedi un bacio sul capo. Con voce roca, le dissi:” Ti voglio bene”. Ella, commossa e confusa, mi rispose:”Come mai ora? Non me l’hai mai detto”. Io subito, tagliai il nodo che mi si era formato alla gola e ribattei:”Meglio far oggi, quello che non siamo sicuri di poter fare domani, no? Lo dici sempre tu”. Mi ritornarono le parole della donna del mio sogno in mente e continuai:” Mamma! Mamma, quante volte ti avrei voluto dire ti voglio bene e non te l’ho detto, quante volte ti avrei voluto baciare o abbracciare, e invece, preso dalle piccole cose, non l’ho fatto. Mai. Voglio farlo ora. Anzi, scusami. Mamma, ti voglio bene. Mamma, ti amo. Mamma, tu sei la mia vita, la mia bussola, non mi abbandonare mai, sarei perso in questa stramba strada chiamata vita”.

Perché oggi ci vergogniamo di dimostrare i nostri sentimenti, di abbracciare la nostra mamma o di dirle “ti voglio bene”? Forse un coupon “10 abbracci + 10 carezze” sarà più gradito di fiori e cioccolatini. La festa della mamma non è solo oggi ma sempre, è vero. È altrettanto vero però che, feste come la festa della mamma servono solo da input: servono a far capire a chi non se ne è mai reso conto, o ha semplicemente dimenticato, l’importanza della mamma.

Voi avete mai ringraziato vostra madre? Non avete mai perso un’occasione per dirle ti voglio bene? Approfittatene oggi! E che quello di oggi sia solo l’inizio. Se vi è piaciuto, potete anche condividerlo.

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