conoscere un uomo attraverso le parole di sua sorella , é il modo migliore per comprendere la sua tenacia e il rigore con cui svolgeva il suo lavoro. Falcone uomo, magistrato, amico, marito, fratello ; raccontato da sua sorella.

La Professoressa Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, riserva un’attenzione privilegiata al mondo dei giovani perché ritiene che il processo formativo dell’individuo rappresenti un momento centrale nel percorso di sviluppo di una coscienza civile. La sua attività educativa si realizza nell’ambito di progetti di educazione alla legalità e si rivolge ai ragazzi delle scuole italiane di ogni ordine e grado, cercando di spiegare loro che cosa è la mafia, quali sono le logiche e i meccanismi che la alimentano e come ognuno può combatterla nel proprio quotidiano. Uno stralcio del suo libro racconta:” Giovanni sfruttava ogni ora della giornata. Era instancabile. E tutta la sua energia dimostra quanto amasse il suo nuovo incarico. Non restò mai con le mani in mano. A Roma sviluppò molti progetti con il ministro Martelli: provvedimenti antiracket, le leggi sui collaboratori di Giustizia, la Procura nazionale antimafia, il 41 bis per i mafiosi, il coordinamento con le polizie e le magistrature europee e con quelle americane. Paolo Mieli, allora direttore della <<Stampa>>, lo volle come editorialista nel quotidiano. Giovanni accettò l’offerta soltanto dopo molte insistenze, e comunque non prima di essersi interrogato e di aver domandato ad amici che stimava che cosa avrebbero pensato di un magistrato editorialista.

Nella scelta lo aiutarono il giornalista Francesco La Licata, Noberto Bobbio ed Ezio Mauro. Ma le sue attività non si fermarono qui. Scrisse il libro Cose di Cosa Nostra insieme con la giornalista francese Marcelle Padovani. Diventò anche consulente di Alberto La Volpe che, per Rai 2, voleva costruire un programma importante, dal titolo apparentemente strano -<<Lezioni di mafia>>-, in cui si sarebbe spiegata al pubblico la struttura della Cupola, i rituali e persino come si dà la caccia a un killer. Era contento di tutte queste attività perché, mi diceva, era fondamentale far conoscere la lotta alla mafia. Quasi ogni settimana veniva a Palermo e da me, per pranzo o per cena. Era un buongustaio, Giovanni, e in quel periodo a Roma sentiva la mancanza della cucina tradizionale che ho ereditato dalla mamma. I formaggi siciliani erano la sua passione; ma anche la la pasta con le sarde, gli anelletti al forno; per non dire dei dolci, in particolare la torta alle fragole. Li preparavo appositamente quando sapevo che si sarebbe accomodato a tavola con noi, parlandoci di Roma, del suo lavoro, dei nuovi incarichi. Seduto tra i miei figli. A Roma Giovanni si sentiva libero. Poteva concedersi un gelato da Giolitti, una passeggiata a Campo de’ Fiori, un piatto di carbonara a Trastevere. Finalmente riuscì ad assistere a un concerto all’Auditorium, in mezzo al pubblico come un cittadino qualsiasi. Per lui era qualcosa di eccezionale, dopo che a Palermo aveva rinunciato per anni al cinema e al teatro. Nell’anno e mezzo trascorso a Roma, Giovanni sprigionava un’energia talmente positiva da diventare contagiosa. Persino al ministero: un inserviente mi avrebbe raccontato più tardi che l’arrivo di mio fratello aveva cambiato l’aria e risvegliato in tutti voglia di lavorare ed entusiasmo. Il progetto che in quel periodo Giovanni ebbe più a cuore fu senza dubbio la creazione di una procura nazionale per la lotta alle mafie, la cosiddetta Superprocura. Non tutti, compreso Borsellino, lo appoggiarono fino in fondo. Paolo temeva che potessero crearsi conflitti fra le competenze territoriali e gli lasciava grandi perplessità il fatto che spettasse al ministero nominare il Superprocuratore, per la possibile subordinazione a esso. Comunque, su questi temi, Giovanni e Paolo ebbero un chiarimento come due amici che si rispettano e si stimano.Fra loro non c’erano ombre.

(Dal libro di Maria Falcone e Francesca Barra -UN EROE SOLO-)

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